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Bello l’itinerario di questi giorni.

Ve lo richiamo semplicemente.

Siamo partiti giovedì notte e i segni erano l’altare e il catino: queste le icone che ci hanno introdotti nella Pasqua 2018.

L’altare nella sua bellezza, nudo, solido, pulito, forte... è segno  del corpo di Gesù che si dona a tutti come cibo per una vita che non tramonta, non appassisce.

Il catino è segno di Gesù che si inginocchia davanti a noi e ci serve: “Non sono venuto per essere servito ma per servire e dare la mia vita per tutti”...

Poi la croce gloriosa: ieri notte abbiamo contemplato il mistero raffigurato in questo affresco antico... “Lui non fugge per amore neppure dinanzi alla morte”...

 

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Molte volte nella storia si è voluto togliere di mezzo qualcuno.

Anche questa sera ci viene ricordato che c’è un problema da risolvere in fretta: Gesù.

Gesù rende libere le persone dalle malattie, dai demoni, dai capi religiosi, dalla religione tradizionale e soprattutto apre gli occhi alla gente.

Questo è del tutto insopportabile: fermiamolo...

 

Mandano un distaccamento della corte romana che era composta da 600 uomini + le guardie del tempio fornite dai sommi sacerdoti che erano circa 200.

Che spreco di personale a danno della sicurezza di tutta una città, per arrestare un uomo solo!

Veramente questo Gesù era molto pericoloso.

Quando questo esercito di persone arriva da lui in realtà scoprono che è Gesù che si offre.

 

Gesù dice: “Prendete me e lasciate questi” ...

 

Perché?

 

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Maria di Magdala, in quell’ora tra il buio e la luce, tra la notte e il giorno quando le cose non si vedono ma supplisce il cuore, va’ sola, cammina e non ha paura.

 

Come la sposa del Cantico dei cantici: “Lungo la notte cerco l’amato del mio cuore”.

L’alba di Pasqua è piena di coloro che più forte hanno fatto l’esperienza dell’amore di Gesù:

Maria di Magdala,

Giovanni il discepolo amato,

Pietro,

le donne.

Il primo segno è umile: non è un’apparizione gloriosa, ma un sepolcro vuoto, nel fresco dell’alba.

 

È segno umile, è poco e non è facile da capire.

 

E Maria infatti non capisce, corre da Pietro, non per annunciare la risurrezione del Maestro ma per denunciare una manovra dei nemici, un ulteriore dolore: “Hanno portato via il Signore. Non sappiamo dove hanno posto” cioè non abbiamo più neanche un corpo su cui piangere.

Tutti corrono in quel primo mattino Maria, Pietro, Giovanni... Non si corre così per una perdita,

 per una sconfitta,

per un lutto.

Ma perché spunta qualcosa d’ immenso, di gigantesco, fa capolino, sono come le doglie di un parto, urge il parto di una cosa enorme, confusa e grandiosa. Arrivano al sepolcro e lì li aiuta un altro piccolo segno: i teli posati, il sudario avvolto con cura. Se qualcuno avesse portato via il corpo, non l’avrebbe liberato dai teli o dal sudario.

È stato Altro a liberare la carne e la bellezza di Gesù dal velo oscuro della morte.

La nostra fede inizia da un corpo assente.

Nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto delle vittime della morte.

Manca ancora un po’ alla contabilità della morte. I suoi conti sono in perdita. E questo apre una breccia, uno spazio di rivolta, un tuffo oltre la vita uccisa: la morte non vincerà per sempre. È stata sconfitta dall’amore..

Anche se adesso la morte sembra vincente: il male del mondo mi fa dubitare della Pasqua, è troppo; il terrorismo e la guerra, l’inquinamento, il tumore o l’Alzheimer, la corruzione, il moltiplicarsi dei muri, di barriere; di naufragi, incapacità ad accogliere il diverso, bambini che non hanno cibo, acqua, casa, amore; La finanza padrona dell’uomo... ci fanno dubitare della Pasqua.

 

Ma poi vedo immense energie di bene: Donne e uomini che trasmettono vita e la custodiscono con divino amore fino alla fine; vedo giovani forti prendersi cura dei deboli; anziani creatori di giustizia e di bellezza; innamorati che progettano di donare la vita fino in fondo; gente onesta fin nelle piccole cose; vedo occhi di luce e sorrisi più belli di quanto la vita non lo permetta;

vedo uomini e donne capaci di sorridere anche quando piangono.

 

Questi uomini, queste donne sono nati il mattino di Pasqua, oggi è il loro compleanno: hanno dentro il seme di Pasqua, il cromosoma del Risorto. Perché Cristo Gesù non è semplicemente il Risorto. Egli è la risurrezione stessa, è l’azione, l’atto, la linfa continua del risorgere, che fa ripartire da capo la vita, la conduce “di inizio in inizio verso inizi che non avranno mai fine”, trascinandola in alto con sé:

Forza ascensionale del cosmo verso una vita più luminosa.

 

E noi lo sappiamo: non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell’ultima anima e le sue forze, le forze della risurrezione di Gesù, non arrivino a far fiorire, come scrisse Mario Luzi, “l’ultimo ramo della creazione”.

 

Buona Pasqua di cuore.

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Non è certo la prima volta che celebriamo insieme questa messa del giovedì, più santo di tutti.

 

 E lo facciamo con commozione e con gioia.

 Lo dice bene il salmo 133:

 “Ecco quanto è buono e quanto è soave

che i fratelli vivano insieme!

 E’ come olio profumato... E’ come rugiada dell’Hermon...”

 

È il momento più bello e significativo della vita del nostro anno liturgico, sentiamo vicini a noi tutti cristiani che iniziano questo sacro triduo.

 

Scrive un grande autore:

 

”Quando Gesù durante l’ultima cena, raduna attorno a sé la comunità e la provvede di tutto ciò che è necessario alla sua vita, non parte dal servizio sacrificale della grande liturgia del Tempio. Il suo riferimento è un contesto domestico e la cerchia ristretta della fraternità.

 

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Sappiamo come si è conclusa l’Ultima Cena.

Non pare, secondo il racconto di Giovanni, che qualcuno dei Dodici si sia alzato da tavola e con la brocca e il catino si sia diretto a lavare piedi di Gesù.

Quei piedi che ancora certamente profumavano per il nardo sprecato da Maria, sorella di Lazzaro durante la cena a Betania.

Forse dopo la sua morte, mentre ricomponevano il corpo, ripensando a quella sera si saranno rimproverati l’incapacità di ricambiare la tenerezza di Dio che è Gesù:

 “Possibile che non c’è proprio venuto in mente di ripetere a lui quello che ci aveva appena fatto???”

Ma poi al mattino di Pasqua le donne superano gli apostoli;

forse era così forte il disappunto della Chiesa nascente per quell’occasione perduta, che esse non seppero fare altro che lanciarsi su quei piedi ed abbracciarli.

Matteo: “Avvicinatesi, strinsero i suoi piedi e lo adorarono”.

 

Forse si sono ricordate del canto di Isaia: ”Come sono belli i piedi del messaggero di lieti annunci che annuncia la pace, messaggero di giustizia che annuncia la salvezza, che dice a Sion: "Regna il tuo Dio” e ancora:

 

” Abbiamo una città forte;
Aprite le porte:
entri il popolo giusto che mantiene la fedeltà.
Il suo animo è saldo;
tu gli assicurerai la pace,
pace perché in te ha fiducia.
 Confidate nel Signore sempre,
perché il Signore è una roccia eterna;
 I piedi la calpestano,
i piedi degli oppressi, i passi dei poveri”.

 

I piedi di Gesù erano probabilmente bagnati di rugiada, glieli asciugarono e riscaldarono con i loro baci e loro mantelli.

Avevano anche profumi per ungere il corpo e forse in un momento di rapimento e di confusione riversarono sulle caviglie del Signore quei profumi che subito entrarono anche in quei fori quelle piaghe profonde misteriose, “come due pozzi di luce” come ha scritto qualcuno.

 

Vorrei dirvi questa notte che la Pasqua è tutta qui:

nell’abbracciare quei piedi.

 

Quei piedi devono essere il punto di incontro del nostro amore verso il Signore, ma anche la cifra interpretativa di ogni servizio reso ai fratelli, alla gente e la fonte del nostro coraggio.

 

Se non afferriamo i piedi di Gesù, lavare i piedi dei profughi, degli ammalati, dei piccoli, degli abbandonati non basta. Neppure lavarsi i piedi a vicenda, non basta.

In ginocchio dobbiamo interpellare quei piedi sull’orientamento del nostro cammino futuro, come giocarci cioè il tempo che ci è dato. Nella gioia e nel sorriso, perché anche il nostro servizio agli altri non diventi ricerca di sé e motivo di vanto.

 

Non basta avere le mani bucate. Ci vogliono i piedi forati:

 

 “mostrò loro le mani e piedi”,

“guardate le mie mani ai miei piedi: sono proprio io!”

Mani bucate: richiamo alla carità, inesauribile marchio di fabbrica del nostro essere suoi. Grazie per quello che avete fatto per il Caritas Baby hospital di Betlemme e per quello che farete.

Piedi forati: cioè appello esigente a quell’amore verso il Signore Risorto e sempre con noi che ti fa scorgere il senso ultimo della vita, dell’amore, delle cose attraverso le ferite della sua carne che diventano feritoie di luce attraverso le quali possiamo guardare tutto il mondo con occhi diversi, per grazia, sempre più simili ai suoi.

 

Perché anche in questo consiste la grazia di questa notte:

ciò che è accaduto a Gesù è accaduto anche a noi, per lo meno nella speranza.

 

Anche noi non siamo più solamente qui, siamo già risorti.

 

 Le nostre radici sono in alto, là dove Gesù vive con il Padre nello Spirito.

 

Nell’attesa che tutto diventi definitivo il cristiano fa la spola tra il mondo antico che è già nella tomba e la realtà pasquale verso la quale emigra senza sosta. Il cristiano, a rigor di termini, è un frontaliere a cavallo tra due mondi… perché solo il cristiano riconosce, in cima al cero pasquale, l’umile fiamma della Risurrezione che, ovunque si manifesta con il suo chiarore,

squarcia già la notte di questo mondo:

 

nel perdono,

nella ricerca sincera della pace,

nell’amore umile,

nella preghiera che sgorga irresistibile,

nell’azione di grazie e negli Alleluia che risuonano senza sosta nella notte di Pasqua:

come cantava bene Davide, facendosi voce di tutti:

 

O notte di vera felicità,

notte nella quale il cielo si unisce alla terra,

nella quale l’uomo incontra il suo Dio”.

 

La vita da risorti è un canto,

un sorriso anche quando si piange,

una porta che si spalanca per l’incontro,

una mano sempre tesa,

una vita donata gratuitamente

perché è l’amore che vince la morte.

 

 Non la vita, l’amore.

Quello di Gesù, risorto e vivente.

Il Don

Don Cesare

Si cerca per la Chiesa un uomo capace di rinascere nello Spirito ogni giorno. Si cerca per la Chiesa un uomo senza paura del domani, senza paura dell’oggi, senza complessi del passato. Si cerca per la Chiesa un uomo che non abbia paura di cambiare, che non cambi per cambiare. Leggi tutto...