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Maria di Magdala, in quell’ora tra il buio e la luce, tra la notte e il giorno quando le cose non si vedono ma supplisce il cuore, va’ sola, cammina e non ha paura.

 

Come la sposa del Cantico dei cantici: “Lungo la notte cerco l’amato del mio cuore”.

L’alba di Pasqua è piena di coloro che più forte hanno fatto l’esperienza dell’amore di Gesù:

Maria di Magdala,

Giovanni il discepolo amato,

Pietro,

le donne.

Il primo segno è umile: non è un’apparizione gloriosa, ma un sepolcro vuoto, nel fresco dell’alba.

 

È segno umile, è poco e non è facile da capire.

 

E Maria infatti non capisce, corre da Pietro, non per annunciare la risurrezione del Maestro ma per denunciare una manovra dei nemici, un ulteriore dolore: “Hanno portato via il Signore. Non sappiamo dove hanno posto” cioè non abbiamo più neanche un corpo su cui piangere.

Tutti corrono in quel primo mattino Maria, Pietro, Giovanni... Non si corre così per una perdita,

 per una sconfitta,

per un lutto.

Ma perché spunta qualcosa d’ immenso, di gigantesco, fa capolino, sono come le doglie di un parto, urge il parto di una cosa enorme, confusa e grandiosa. Arrivano al sepolcro e lì li aiuta un altro piccolo segno: i teli posati, il sudario avvolto con cura. Se qualcuno avesse portato via il corpo, non l’avrebbe liberato dai teli o dal sudario.

È stato Altro a liberare la carne e la bellezza di Gesù dal velo oscuro della morte.

La nostra fede inizia da un corpo assente.

Nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto delle vittime della morte.

Manca ancora un po’ alla contabilità della morte. I suoi conti sono in perdita. E questo apre una breccia, uno spazio di rivolta, un tuffo oltre la vita uccisa: la morte non vincerà per sempre. È stata sconfitta dall’amore..

Anche se adesso la morte sembra vincente: il male del mondo mi fa dubitare della Pasqua, è troppo; il terrorismo e la guerra, l’inquinamento, il tumore o l’Alzheimer, la corruzione, il moltiplicarsi dei muri, di barriere; di naufragi, incapacità ad accogliere il diverso, bambini che non hanno cibo, acqua, casa, amore; La finanza padrona dell’uomo... ci fanno dubitare della Pasqua.

 

Ma poi vedo immense energie di bene: Donne e uomini che trasmettono vita e la custodiscono con divino amore fino alla fine; vedo giovani forti prendersi cura dei deboli; anziani creatori di giustizia e di bellezza; innamorati che progettano di donare la vita fino in fondo; gente onesta fin nelle piccole cose; vedo occhi di luce e sorrisi più belli di quanto la vita non lo permetta;

vedo uomini e donne capaci di sorridere anche quando piangono.

 

Questi uomini, queste donne sono nati il mattino di Pasqua, oggi è il loro compleanno: hanno dentro il seme di Pasqua, il cromosoma del Risorto. Perché Cristo Gesù non è semplicemente il Risorto. Egli è la risurrezione stessa, è l’azione, l’atto, la linfa continua del risorgere, che fa ripartire da capo la vita, la conduce “di inizio in inizio verso inizi che non avranno mai fine”, trascinandola in alto con sé:

Forza ascensionale del cosmo verso una vita più luminosa.

 

E noi lo sappiamo: non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell’ultima anima e le sue forze, le forze della risurrezione di Gesù, non arrivino a far fiorire, come scrisse Mario Luzi, “l’ultimo ramo della creazione”.

 

Buona Pasqua di cuore.

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Sappiamo come si è conclusa l’Ultima Cena.

Non pare, secondo il racconto di Giovanni, che qualcuno dei Dodici si sia alzato da tavola e con la brocca e il catino si sia diretto a lavare piedi di Gesù.

Quei piedi che ancora certamente profumavano per il nardo sprecato da Maria, sorella di Lazzaro durante la cena a Betania.

Forse dopo la sua morte, mentre ricomponevano il corpo, ripensando a quella sera si saranno rimproverati l’incapacità di ricambiare la tenerezza di Dio che è Gesù:

 “Possibile che non c’è proprio venuto in mente di ripetere a lui quello che ci aveva appena fatto???”

Ma poi al mattino di Pasqua le donne superano gli apostoli;

forse era così forte il disappunto della Chiesa nascente per quell’occasione perduta, che esse non seppero fare altro che lanciarsi su quei piedi ed abbracciarli.

Matteo: “Avvicinatesi, strinsero i suoi piedi e lo adorarono”.

 

Forse si sono ricordate del canto di Isaia: ”Come sono belli i piedi del messaggero di lieti annunci che annuncia la pace, messaggero di giustizia che annuncia la salvezza, che dice a Sion: "Regna il tuo Dio” e ancora:

 

” Abbiamo una città forte;
Aprite le porte:
entri il popolo giusto che mantiene la fedeltà.
Il suo animo è saldo;
tu gli assicurerai la pace,
pace perché in te ha fiducia.
 Confidate nel Signore sempre,
perché il Signore è una roccia eterna;
 I piedi la calpestano,
i piedi degli oppressi, i passi dei poveri”.

 

I piedi di Gesù erano probabilmente bagnati di rugiada, glieli asciugarono e riscaldarono con i loro baci e loro mantelli.

Avevano anche profumi per ungere il corpo e forse in un momento di rapimento e di confusione riversarono sulle caviglie del Signore quei profumi che subito entrarono anche in quei fori quelle piaghe profonde misteriose, “come due pozzi di luce” come ha scritto qualcuno.

 

Vorrei dirvi questa notte che la Pasqua è tutta qui:

nell’abbracciare quei piedi.

 

Quei piedi devono essere il punto di incontro del nostro amore verso il Signore, ma anche la cifra interpretativa di ogni servizio reso ai fratelli, alla gente e la fonte del nostro coraggio.

 

Se non afferriamo i piedi di Gesù, lavare i piedi dei profughi, degli ammalati, dei piccoli, degli abbandonati non basta. Neppure lavarsi i piedi a vicenda, non basta.

In ginocchio dobbiamo interpellare quei piedi sull’orientamento del nostro cammino futuro, come giocarci cioè il tempo che ci è dato. Nella gioia e nel sorriso, perché anche il nostro servizio agli altri non diventi ricerca di sé e motivo di vanto.

 

Non basta avere le mani bucate. Ci vogliono i piedi forati:

 

 “mostrò loro le mani e piedi”,

“guardate le mie mani ai miei piedi: sono proprio io!”

Mani bucate: richiamo alla carità, inesauribile marchio di fabbrica del nostro essere suoi. Grazie per quello che avete fatto per il Caritas Baby hospital di Betlemme e per quello che farete.

Piedi forati: cioè appello esigente a quell’amore verso il Signore Risorto e sempre con noi che ti fa scorgere il senso ultimo della vita, dell’amore, delle cose attraverso le ferite della sua carne che diventano feritoie di luce attraverso le quali possiamo guardare tutto il mondo con occhi diversi, per grazia, sempre più simili ai suoi.

 

Perché anche in questo consiste la grazia di questa notte:

ciò che è accaduto a Gesù è accaduto anche a noi, per lo meno nella speranza.

 

Anche noi non siamo più solamente qui, siamo già risorti.

 

 Le nostre radici sono in alto, là dove Gesù vive con il Padre nello Spirito.

 

Nell’attesa che tutto diventi definitivo il cristiano fa la spola tra il mondo antico che è già nella tomba e la realtà pasquale verso la quale emigra senza sosta. Il cristiano, a rigor di termini, è un frontaliere a cavallo tra due mondi… perché solo il cristiano riconosce, in cima al cero pasquale, l’umile fiamma della Risurrezione che, ovunque si manifesta con il suo chiarore,

squarcia già la notte di questo mondo:

 

nel perdono,

nella ricerca sincera della pace,

nell’amore umile,

nella preghiera che sgorga irresistibile,

nell’azione di grazie e negli Alleluia che risuonano senza sosta nella notte di Pasqua:

come cantava bene Davide, facendosi voce di tutti:

 

O notte di vera felicità,

notte nella quale il cielo si unisce alla terra,

nella quale l’uomo incontra il suo Dio”.

 

La vita da risorti è un canto,

un sorriso anche quando si piange,

una porta che si spalanca per l’incontro,

una mano sempre tesa,

una vita donata gratuitamente

perché è l’amore che vince la morte.

 

 Non la vita, l’amore.

Quello di Gesù, risorto e vivente.

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Da trent’anni, compio i gesti sacramentali dell’Eucaristia.

C’è un efficacia che non viene da me, non dipende da me, che è indipendente dalla mia povera fede.

Una volta per tutte, l’ha fatto lui per noi, per ognuno.

Andiamo con i piedi della fede, con gli occhi e il cuore della fede alla Sala Alta, al Calvario, e al Giardino e diventiamo contemporanei di quella prima Pasqua così che quella Pasqua diventi nostra contemporanea: è il memoriale.

Questa notte vorrei soffermarmi sul mistero dei piedi.

Siamo partiti 40 giorni fa mettendo un po’ di cenere sulla testa per arrivare questa notte ad un po’ di acqua sui piedi.

Una strada apparentemente di poco meno di 2 m ma molto più lunga e faticosa. Occorre tutta la vita per fare questa strada con consapevolezza. Ed è anche molto vero che in questi ultimi anni sta emergendo nella coscienza cristiana l’idea forte che i piedi dei poveri sono il traguardo di ogni serio cammino spirituale.

I piedi di Pietro sono i piedi di colui che resiste (no, Signore, è troppo, tu non sei il mio lavapiedi… E Lui: sono come lo schiavo che ti aspetta, e al tuo ritorno ti lava i piedi).

 

 Ha ragione Paolo: il Cristianesimo è scandalo e follia… Ma Dio che è Gesù è così: è bacio a chi lo tradisce, non spezza nessuno, spezza se stesso… Non versa il sangue di nessuno, versa il proprio… ne esce capovolta ogni immagine di Dio…ed è ciò che ci permette di tornare ad amarlo con cuore libero) i piedi di Pietro sono i piedi di fronte quali siamo chiamati a fermarci. Gesù ce lo ha detto: Anche Pietro è un povero. Povero di amore, Bisognoso di amore. Mi riferisco a Pietro il primo e a Pietro che oggi si chiama Francesco.

 

L’amore, il perdono, la riconciliazione, il servizio sono parole che appartengono alla vita umana, anche ad altre fedi, ma la vita di Gesù ha dato un volto preciso a queste parole e il tutto in un avverbio: Come. 

 

“Come io ho fatto a voi”.

Come.

La fatica di Pietro davanti al gesto di Gesù esprime la fatica davanti a un dio diverso da come lo immaginiamo.

Il gesto della lavanda dei piedi viene sempre incorniciato dalla grande parola “servizio” che però nel Vangelo non c’è.

 

L’essenza dell’amore di Gesù sta nel come del suo servizio.

!

La fede e la vita di Gesù sono la critica e la condanna totale di ogni religione che dimentica il servizio ai piedi dell’uomo e della donna come criterio di verità!

Essere cristiani, cioè cercare di vivere come Gesù, significa mettersi a servizio dell’uomo con i piedi per terra, per mettere in piedi l’umano soprattutto quando è ferito, bloccato, sporco.

 

 Il grande poeta Tagore, poeta indiano, (ricordiamo così anche madre Teresa di Calcutta) scrisse:

“Dormivo e sognavo che la vita vera gioia,

Mi svegliai vidi che la vita era servizio.

Cominciai a servire e vidi che il servizio è gioia..

 

E qui, concludendo, entra il tema della tenerezza e certamente dobbiamo al Pietro di oggi, Francesco, l’aver riportato al centro della vita della Chiesa questa parola bella: Per lui misericordia è tenerezza.

La tenerezza è atteggiamento adulto, cioè è una virtù dolce, ma tutt’altro che debole:

è dolce Gesù questa sera ma il gesto è forte e di un’aggressività  evidente: Perché strappa l’adulto dal volersi rintanare nelle conseguenze della sua fragilità: tenerezza è chiamare per nome la fragilità  degli altri e prendermene cura: voi futuri sposi, Noi tutti...

Ci sono piedi sporchi ma la tenerezza nel lavarmi significa accorgersi della fragilità che sta nella fatica, nel guardare a una vita che può ripartire. Sempre e con il “come” di Gesù.

La tenerezza accoglie la fragilità di ciò che esiste, lo vede minacciato, ma invece di cedere alla nostalgia, al risentimento, alla rassegnazione, diventa meraviglia e stupore per qualcosa che si rivelerà nel futuro, nella forma delle promesse e del dono.

Pietro non resiste più davanti all’amore…

 

 Potrebbe capitare anche noi, oggetto e soggetto della tenerezza di Dio, sentirsi sussurrare da un fratello o da una sorella, come quella sera con Gesù:

 

 “Non solo i piedi, ma anche le mani e il capo”

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Giocando un po’ con le parole potremmo dire che spesso la nostra tentazione è quella di tentare Dio; vorremmo metterlo alla prova; vorremmo chiedergli di darci segni della sua presenza o almeno indurlo a spiegarci il perché delle sue scelte.

Il Padre contraddicendo le aspettative di noi suoi figli non viene in soccorso al Figlio liberandolo dalla morte.

C’è di più: il Figlio stesso con libertà si consegna a noi uomini, non si sottrae alla prova, alla sua ora.

Nella visione luminosa di Giovanni, l’ora giunge non quando scatta un destino indecifrabile, cieco, ma quando Gesù decide di consegnarsi.

L’arresto è illuminante: è Gesù che si fa innanzi e si offre a coloro che altrimenti rimarrebbero tramortiti dal nome santo di Dio:

 IO SONO!

A svelare il mistero di Gesù, a svelare il volto di papà di Dio non è il fatto che egli scenda dalla croce, o che il Padre intervenga ma al contrario ... egli si consegna liberamente e per amore alla sua ora.

Liberamente: in una libertà interamente giocata non cercando il proprio utile, ma il bene degli altri.

Nell’amore: in un amore più forte dell’odio subito, in un amore capace di attraversare il buio senza rimanere soffocato al contrario rischiarandolo dall’interno.

”La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”, dice Giovanni fin dall’inizio del suo evangelo.

Ecco il segreto di Gesù: il segreto di un amore che vince le tenebre dell’odio, del peccato, della morte proprio perché non si mette al riparo da esse, non scappa per fuggire alla loro presa.

Sembra subirle e le sconfigge: poiché le trasforma in luogo in cui l’amore di Dio decide di dimorare, di abitare…

Noi non conosciamo il segreto del Padre. Gesù lo conosce e ce lo svela. Nell’amore stesso in cui si consegna alla sua ora, non salvando se stesso per salvare tutti noi.

 

 

I piedi del Signore ora sono fermi. Rigidi. Inchiodati al legno.

Quei piedi che hanno percorso km sempre in ricerca, di ognuno … piedi che si sono fermati a Sicar, al pozzo con la Donna di Samaria, presso la piscina con il cieco che ora ci vede e a Betania per ritrovare Lazzaro, Marta e Maria, amici di sempre, con i quali camminare fino alla morte.

Tra pochi istanti  vivremo lo svelamento della croce: La verità cristiana è assumere la vita non dimenticanza. Una verità che si svela. A poco a poco... È una verità che mi rivolge un invito, senza imporsi. Mi invita dolcemente.

L’esperienza di vederla poco alla volta significa che non posso scoprirla se non mi impegno in una relazione con essa. La croce si coinvolge con me e io mi coinvolgo con essa.

Proclamata, essa viene verso di noi.

Accolta, si illumina.

Scoprendosi, mi porta allo scoperto.

Invitandomi, mi attira.

Nel momento in cui si svela, la croce non è più oggetto di legno,

Ma volto che mi chiama, mi parla, sguardo che mi invita a una comunione.

Perché è vero lo sguardo dell’altro sempre mi trasforma.

 

Tre le acclamazioni alla croce come tre saranno quelle per la luce del fuoco di Pasqua

E come tre sono gli alleluia della risurrezione: Tre sono i no di Pietro come tre saranno

i “ti amo, ti voglio bene”: Signore tu lo sai che ti voglio bene.

La croce non è fine a se stessa:

Signore, noi adoriamo la tua croce 

E glorifichiamo la tua santa risurrezione.

 

La croce ci fa passare dalla notte alla luce e ci impone una scelta sulla nostra libertà di uomini. Possiamo scegliere la morte o la vita. Un antecedente straordinario è nel Deuteronomio (30,19): “Sei dinanzi a una scelta: scegli la morte o scegli la vita”...

 

 (Marco al leggio)

 

Concludo, rischiando di commuovermi e di farvi commuovere: tenendo fisso lo sguardo sui piedi di Gesù e sui piedi di tanti nostri fratelli e sorelle perseguitati per la fede, voglio ricordare la scena più alta e drammatica di Silenzio di Martin Scorsese. Capolavoro assoluto.

 Narra come ben sapete delle persecuzioni ai cristiani cattolici del XVII sec. in Giappone.

I persecutori dopo aver ucciso migliaia di preti e cristiani, decisero di cambiare strategia e, pur continuando ad uccidere alcuni, capiscono che devono neutralizzare i preti, per recidere le radici sacramentali della Chiesa, non uccidendoli ma obbligando i preti all’abiura, al tradimento della fede: “Se tu abiuri non uccideremo più i chiristan”…

 

E così difronte alle resistenze del giovane Padre Rodriguez di fronte a cinque cristiani appesi sul pozzo, l’ormai ex padre Ferreira dice a padre Rodriguez:

 

Il prete dovrebbe agire a imitazione di Cristo…

Se Cristo fosse qui… se Cristo fosse qui avrebbe abiurato per salvarli… Dimostra che lo ami: salva la vita di coloro che Lui ama!

Ora tu compirai l’atto d’amore più doloroso che sia stato compiuto.

 

Mentre l’interprete dice:

 

E’ solo una formalità, è solo una formalità…

 

E poi Rodriguez si avvicina all’immagine del Cristo Sofferente che deve calpestare con i suoi piedi per abiurare e sente questa voce nel profondo del suo cuore:

 

“Vieni avanti adesso, va tutto bene, calpestami!

Comprendo il tuo dolore…

Sono nato in questo mondo per condividere il dolore degli uomini…

Ho portato questa croce per il vostro dolore;

la tua vita è con me adesso…

Calpesta!”

 

E dopo molti anni di fronte al servo Kijiro, quello che lo aveva tradito e venduto per 300 denari d’argento, che gli chiede la Assoluzione, lui pensa così, ormai sereno:

 

Signore, ho lottato contro il tuo silenzio.

Ma non sono mai stato silente… lo so!

Ma anche se tu sei stato in silenzio fino a questo giorno

 tutto ciò che io faccio ed ho fatto parla di te.

E’ stato nel silenzio che ho sentito la tua voce.

 

E’ stato nel silenzio che ho sentito la tua voce!

 

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E’ mattino di Pasqua. 

Nella notte abbiamo cantato alla luce. E le nostre chiese erano immerse nelle ombre e nel buio profondo ecco accendersi una scintilla.

Nel buio della morte di croce la scintilla della risurrezione.

 E a quella luce tante piccole luci che illuminavano i volti.

Anche noi oggi illuminati, anche noi oggi ancora una volta siamo usciti a vedere,

 meglio a intravedere,

a intuire il mistero.

Il racconto che abbiamo ascoltato è percorso da un fremito, il fremito del correre di Pietro e Giovanni.

Si dice che corsero.

E uno, il più giovane, più veloce dell’altro.

Ma, ancor prima di loro ci fu il correre di Maria, la donna di Magdala, le donne arrivano sempre prima.

Maria rappresenta la corsa del desiderio.

E forse una preghiera che ci nasce in cuore questa mattina è:

 non venga meno questo correre

perché la vita non sia un dormire ad occhi spenti.

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Il Don

Don Cesare

Si cerca per la Chiesa un uomo capace di rinascere nello Spirito ogni giorno. Si cerca per la Chiesa un uomo senza paura del domani, senza paura dell’oggi, senza complessi del passato. Si cerca per la Chiesa un uomo che non abbia paura di cambiare, che non cambi per cambiare. Leggi tutto...